Francesco Anselmo

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Il gioco della sorte in cinquina al Premio Tenco – Officina Pasolini

C’è chi crede che nella vita ci sia un destino predeterminato, che le nostre esistenze si collochino all’interno di un percorso ben preciso, in cui la scelta individuale è solo un’apparenza. C’è chi invece crede nel mescolarsi delle cose, nel potere del caso, ma anche in quello dell’uomo, guardando al destino come a una partita a carte non sempre scoperte e dall’esito per niente scontato, in cui tutto si decide all’ultimo minuto. Una visione del mondo, questa, che prende perfettamente corpo ne Il gioco della sorte, primo album di Francesco Anselmo, giovane cantautore siciliano, classe 1991, che si racconta attraverso un universo popolato di simboli, in cui il futuro si mescola ad un passato antico. Un disco che parla dell’uomo, del senso della sua esperienza, ieri come oggi. La scrittura si rifà alla canzone classica d’autore ma la musica attinge dal folk, dal rock, dallo ska, dai ritmi balcanici e latini, arrivando a un sound del tutto originale, espressione di un universo costantemente sospeso tra realtà e immaginazione. Francesco Anselmo, che si è diplomato lo scorso anno a Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, grazie a questo primo disco si è ritrovato candidato per la cinquina finale, categoria opere prime, al prestigioso Premio Tenco, il principale riconoscimento per i cantautori italiani, assegnato dal 1984 ai migliori dischi di canzone d’autore usciti in nel corso dell’anno.

Francesco, ti è arrivata una candidatura importante come il Premio Tenco. Ti aspettavi questo interesse, questa accoglienza? Come hai reagito alla notizia?

No, è stato tutto improvviso e inaspettato. Quando mi trovavo in studio a produrre questo mio primo disco ero concentratissimo, pensavo solo a dare il meglio, volevo rendermi felice con ciò che stavo realizzando. E così è stato, sono veramente contento di ciò che ho fatto.  Non ho quindi avuto il tempo di pensare a quale sarebbe stata la percezione del mio lavoro. E per questo alla notizia della cinquina per la targa Tenco la mia sorpresa e la mia gioia sono state ancora più grandi. Appena ne sono venuto a conoscenza sono stato dieci minuti a leggere e rileggere i nomi dei finalisti. Non ci credevo. Quando mi sono reso conto ho pianto dall’emozione.

Il tuo album è decisamente maturo per un ragazzo della tua età, e abbraccia temi importanti come il senso della vita, i flussi migratori, il rapporto con la tradizione e altro. Da dove vengono questi spunti?

Credo che la maggior parte degli spunti vengano da tutto ciò che mi ha segnato in passato e che mi circonda nel presente. Mi piace raccontare quello che vedo tutti i giorni – non a caso c’è appunto un brano che parla del fenomeno quotidiano della migrazione, un dramma che non si può e non si deve ignorare –  così come mi piace scrivere sentendomi parte di una tradizione, riprendendo stili e temi che sento orgogliosamente legati alla mia terra, la Sicilia.

E infatti ne Il gioco della sorte c’è una canzone, l’unica non tua, scritta interamente in dialetto siciliano, che porta la firma di Moffo Schimmenti, noto cantastorie delle Madonie…

Sì, è stata una scelta precisa, che rispecchia quello che tento di raccontare nel mio disco, ovvero che non possiamo considerare il presente senza il passato. Il passato, anzi, nutre il nostro futuro ed è materia viva per interpretare il nostro presente. Moffo è un mio concittadino, anche lui di Polizzi Generosa, e per me è sempre stato un punto di riferimento: un grandissimo artista, cantautore e poeta contadino; è sua la bellissima canzone Ciuri di campu portata poi al successo da Carmen Consoli. Una sera mi trovavo da lui, e gli ho manifestato il mio desiderio di cantare un brano in siciliano nel mio disco  – scrivere in siciliano è difficilissimo perché ogni parola ha in sé una musicalità tutta sua, differente dall’italiano –  e lui molto semplicemente, come fosse stata la cosa più naturale del mondo mi ha risposto: “Ho scritto un brano che potresti cantare tu, è in dialetto. Io provo imbarazzo nel cantarlo…”. Dopo averlo ascoltato sono rimasto senza parole, Ti detti l’anima è una poesia, è una delle più belle canzoni d’amore che abbia mai sentito.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere il disco? Hai altri brani cui hai dovuto rinunciare ma che avresti voluto nell’album?

In generale penso che i tempi di scrittura siano molto relativi: ci sono brani che ho scritto velocemente, altri invece più lentamente, con una cognizione diversa e più particolare. Comunque tutti i brani contenuti in questo mio primo lavoro hanno una cronologia abbastanza lunga: la maggior parte di queste canzoni sono state scritte nel corso dell’ultimo anno e mezzo; ma c’è anche un brano – La crisi – che è stato scritto cinque anni fa. Esistono invece brani più recenti che non ho inserito perché meno attinenti con quello che è il grande tema del disco: la sorte. Ho cercato infatti di costruire un “concept album” in cui tutto riconduca alla riflessione sul destino, che effettivamente si ripresenta sempre in tutte le canzoni. C’è infine un brano cui sono particolarmente legato che avrei voluto mettere nell’album, ma alla fine ho deciso di rinunciare. La userò per il mio prossimo disco.

Qual è l’urgenza che ti ha spinto a trattare proprio questi temi? E quale secondo te può essere l’apporto di un lavoro di questo tipo al delicato momento storico che stiamo vivendo?

Ho sempre avuto una sensibilità particolare nei confronti delle tematiche affrontate in questo disco. Per quelle più evidenti e contemporanee, come l’utilizzo sfrenato della tecnologia, dei social network, più che di urgenza parlerei quasi della necessità di ironizzare su questo nuovo modo di approcciarsi ai rapporti umani, alle relazioni. Per quanto riguarda la tematica della tradizione, sento invece l’urgenza dettata dal timore che venga trascurata dalle generazioni dopo le mie. Per chi, come me, viene dalla Sicilia la tradizione è normalità; forse perché la quotidianità della vita è già essa stessa tradizione in quei territori. Visto il mio passato sarebbe stato ipocrita da parte mia non considerare la tradizione popolare nei temi e nelle scelte musicali di questo disco.  L’unico apporto che può dare questo album è semplicemente quello di far sorridere riflettendo.

Spesso si dice che i giovani di adesso non si interessano più di politica e di società, e che vivono in un mondo a parte. Con questo album contraddici questa affermazione; senti di aver fatto un lavoro che va in questa direzione?

Il disinteressamento dei giovani riguardo la politica e la società per fortuna non è totale. Io ho espresso il mio personalissimo punto di vista su tutto ciò che sta caratterizzando adesso la mia generazione. È lo sguardo di un ventiseienne su ciò che lo circonda. Non è ovviamente un disco che ha la pretesa di cambiare il mondo, piuttosto quella di ironizzare su alcune tematiche sociali, sulla differenza tra lo sviluppo e il progresso della società.

Qual è  per te il messaggio più importante di questo album, ciò che vorresti arrivasse per intero al tuo ascoltatore?

Il messaggio più importante, quello che permea tutto il disco è che la sorte ha tantissime sfaccettature: è una “vecchia rimbambita” con cui ci confrontiamo sempre, in ogni momento. Ci influenza e anche quando si prende gioco di noi, bisogna avere la freddezza di redimersi, di insistere e di controbattere…

Per essere un esordio, questo cd contiene già collaborazioni importanti. Come hai incontrato queste persone? Che valore hanno nel tuo percorso artistico e umano?

Ho  avuto l’onore di collaborare con Ruggiero Mascellino, grande artista e compositore che ha registrato le fisarmoniche nel disco. Con Ruggiero, anche se condividiamo il luogo di provenienza (siamo entrambi Madoniti), ci siamo conosciuti quattro anni fa. Lo conoscevo di fama, come grande musicista, ma non personalmente. È  un artista incredibile, collaborare con lui mi ha aperto le porte di un mondo musicale gigantesco; è una persona magnifica, molto umile e con una passione per l’arte infinita.  Permettimi però di parlarti anche della restante parte della ciurma: la mia band. Coloro che hanno registrato questo mio primo lavoro: amici, artisti e professionisti incredibili; persone con cui condivido una sintonia unica e rara e che riescono a capirmi sempre in due secondi. Parlo di Francesco Argento, Luciano Ficile, Manuele Giunta e Matteo Bottini che costituiscono le fondamenta delle strutture musicali delle mie canzoni, e che trasformano le mie giornate in storie da scrivere.  E ancora: Giuseppe D’ippolito, Paola Bivona, Giacomo Tantillo, Pietro Sardo, Carla Restivo, che hanno colorato e impreziosito il mio lavoro con fiati, cori e strumenti etnici.

Parlando di percorso: qual è il tuo? Raccontaci un po’ di te

Il mio percorso artistico è sempre stato molto particolare, fin da piccolissimo: ho iniziato per gioco a sei anni a “studiare” chitarra; ricordo perfettamente il mio primo saggio a quell’età, mi fecero fare Sapore di sale di Gino Paoli, chitarra e voce. Ero imbarazzatissimo e volevo scappare.  A 13 anni, sempre per gioco, ho cominciato a scrivere le mie prime canzoni che fortunatamente – con la classica “band del liceo” – ho registrato e conservato in un disco (da custodire con affetto) intitolato La storia infinita. Crescendo poi  ho studiato, mi sono laureato in Economia, ma contemporaneamente aumentava la consapevolezza che la musica doveva diventare il mio lavoro. Ricordo che quando ero all’università e seguivo le lezioni, mi capitava spesso di riflettere, pensare e giungere alla conclusione che mi sentivo estraneo a quel mondo, avevo come un peso sullo stomaco; l’unica cosa che mi consentiva di liberarmi da quel peso era la chitarra che avevo nella mia stanza, fuori da quella facoltà.

Ti sei diplomato lo scorso anno a Officina Pasolini. Quanto ha inciso sul tuo percorso? Nell’album figurano persone incontrate in quel contesto: collaborazioni sporadiche o rapporti costanti?

Penso che Officina Pasolini sia stata l’esperienza più importante della mia vita fino ad ora. È stata la famosa goccia che mi ha convinto al cento per cento di dover insistere, perché con la musica ci voglio vivere. Ha inciso davvero tanto sul mio percorso perché ho avuto l’occasione di essere seguito da professionisti incredibili dai quali non puoi che assorbire professionalità, competenza ed esperienza. E poi mi ha permesso di confrontarmi e di contaminarmi con artisti pazzeschi con cui ho passato intere giornate a fare arte. Ho collaborato e collaboro tutt’ora con tanti di loro: con Andrea Caligiuri (Drugo), ad esempio, ho scritto Salmone Noir, singolo estratto proprio da questo mio primo album Il gioco della sorte; Matteo Bottini, conosciuto durante questa esperienza, ha registrato le chitarre del mio disco e da quando è uscito suona in giro con me costantemente. Insomma Officina è stata fondamentale per me, da tutti i punti di vista.

Ovviamente ora sei concentrato sulla promozione e sulla diffusione di quest’opera appena pubblicata, ma hai già in cantiere altro? Oppure progetti che stai portando avanti in parallelo?

Per il momento sto principalmente portando in giro Il gioco della sorte con una band di sette elementi in uno spettacolo molto coinvolgente e divertente. Parallelamente, ho un altro spettacolo con un gruppo da me fondato, che si chiama Treis Akria con cui ci occupiamo di recuperare “i cunti” dei cantastorie siciliani, riarrangiandoli e presentandoli live. Infine, da pochissimo ho ripreso a scrivere qualche brano e ad appuntarmi nuove idee, sperando di realizzarle quanto prima.

Intervista a cura di Caterina Taricano

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